Trump, il pacificatore: massacrare Gaza, annientare lo Yemen, spingere al riarmo l’UE contro la Russia, fare guerra agli immigrati

La foto qui sopra è della prima riunione del governo Trump-2 alla Casa Bianca, aperta con una preghiera dall’ex-pastore Scott Turner, ora Segretario alla Casa e allo sviluppo urbano, e conclusa con la seguente affermazione di Trump, grande-uomo-spazzatura nella nostra nomenclatura: «Come dice la Bibbia, “Beati gli operatori di pace”. E a tal fine, spero che la mia più grande eredità, quando tutto sarà finito, sarà quella di pacificatore e unificatore».

Trascorso meno di un mese da quel giorno, dovrebbe essere chiaro a tutti fino a che punto di impudenza lui e i suoi compari arrivano nel capovolgere la realtà. Una gang di assassini impostori.

A Gaza, con il pieno sostegno di Washington, è ripreso il massacro dei palestinesi (finora in tre giorni più di 200 bambini assassinati) accompagnato da proclami terroristici, sterministi e irridenti dei comandi militari sionisti, che non fanno assolutamente più nulla per mascherare che il loro obiettivo è una seconda, e ancora più terribile, Nakba. Ricalcando così quanto contenuto nel piano Trump: deportare da Gaza la totalità dei palestinesi per farne una riviera statunitense.

Quanto allo Yemen, mercoledì scorso, il pacificatore si è impegnato ad “annientare completamente” lo Yemen, l’unico paese arabo rimasto – con il movimento Houthi – a portare piena solidarietà al popolo palestinese, dichiarando: “Non è nemmeno una lotta leale, e non lo sarà mai. Saranno completamente annientati”. Ha proseguito minacciando l’Iran, dicendo che “ne subirà le conseguenze, e quelle conseguenze saranno terribili!” – al che da Teheran è subito arrivata la precisazione: gli Houthi sono “autonomi”, noi non c’entriamo. En passant notiamo che il termine annichilire, ovvero annientare completamente, fu usato, nel marzo 1941, da Hitler per qualificare la guerra contro l’URSS: il termine Vernichtungskampf equivale a lotta per l’annientamento. E molto ci sarebbe da dire sulla politica di sistematico affamamento della popolazione yemenita portata avanti dalla amministrazione Biden d’intesa con l’Arabia saudita.

Il terzo aspetto di questa politica di guerra a scala globale è la spinta potentissima, ricattatoria, data all’insieme degli stati europei affinché si armino per una guerra contro la Russia, che ormai i dirigenti politici e militari di diversi paesi cominciano a dichiarare inevitabile. Solo persone comuni molto ingenue, o lestofanti matricolati (ce ne sono in circolazione, e come!), possono aver scambiato i proclami “pacificatori” di Trump per qualcosa di autentico. In poche settimane la sua pressione sulla UE ha ottenuto un risultato che invece accelera al massimo la corsa alla guerra contro la Russia, appaltata però agli europei (gli Stati Uniti devono concentrarsi sulla Cina, che già li ha superati in tanti campi), per la terza volta in poco più di un secolo – mentre Washington tratta con Mosca per cercare di staccarla, con qualche concessione, dall’abbraccio con Pechino.

Infine, la guerra agli immigrati e agli immigranti negli Stati Uniti, condotta sotto la buffonesca maschera della guerra all’organizzazione malavitosa venezuelana “Tren de Aragua” che nasconde ben altro, per quel che riguarda questo paese: ovvero un ricatto pesantissimo sulle enormi risorse (riserve) petrolifere del Venezuela tant’è che è stato accompagnato prima dal ritiro della licenza alla Chevron di esplorare in Venezuela, e poi dalla seguente dichiarazione di Maduro, l’erede del “socialismo del ventunesimo secolo” (per chi ci crede): “nel pieno uso dei miei poteri costituzionali, nel pieno uso della mia coscienza di presidente-popolo, il Venezuela è e sarà aperto a tutti gli investimenti internazionali per il petrolio, il gas, i prodotti petrolchimici e la raffinazione”. “Abbiamo le porte spalancate affinché tutto il mondo possa venire [qui] a produrre, a guadagnare”, ha sottolineato Maduro, come effettivamente ha fatto, ed è per questo che finora i grandi settori
imprenditoriali, i gruppi economici e persino le società transnazionali sono soddisfatti della politica del suo governo, in un quadro di aggressiva liberalizzazione dell’economia, limitata solo dalle vessazioni e
dall’imposizione delle sanzioni (annota, giustamente La Izquierda Diario del 13 marzo).

Sia chiaro – però: è escluso che Trump sia in grado, e voglia davvero, deportare 11, 13 o perfino 24 milioni di immigrati, come ha promesso in campagna elettorale, porterebbe al disastro l’economia statunitense. Ma è altrettanto sicuro che la guerra agli immigrati, alle proletarie e ai proletari immigrati, intende farla realmente con ogni tipo di ricatto, intimidazione, vessazione legittimati dal messaggio di partenza: gli immigrati sono gente da trattare come gli affiliati a Tren de Aragua, essendo della stessa risma. La caccia ai proletari immigrati è fondamentale per spaccare il proletariato, negli Stati Uniti, come in Italia e ovunque. E guai a chi la sottovaluta.

Sterminismo di natura coloniale contro palestinesi e yemeniti, feroce razzismo di stato contro gli immigrati, piani di ricolonizzazione dell’America Latina, preparazione di guerre su scala globale: l’Amerika della banda Trump è l’Amerika imperialista di sempre. Quella che brandì con Wilson la “autodecisione dei popoli” o delle “nazioni” dopo averla già calpestata, e per calpestarla, infinite volte. La sola differenza è che nel secolo trascorso da allora la credibilità dell’imperialismo amerikano come portatore di pace, diritti eguali, libertà, democrazia e sviluppo è precipitata. Ecco perché il linguaggio di stato di Washington è sempre più simile a quello dei gangster. Non può non esserlo, visto l’indebolimento.

Questo – la debolezza del primo pilastro dell’ordine mondiale imperialista – è un buon messaggio per le masse sfruttate ed oppresse di tutto il mondo: alla precisa condizione, però, di non aspettarsi assolutamente nulla di diverso dai suoi concorrenti o avversari – si tratti della Russia, della Cina o dell’Unione europea. Sarebbe un tragico auto-inganno. Simile a quello in cui caddero i milioni di lavoratori europei che videro nelle truppe statunitensi sbarcate in Europa a nazismo semi-sconfitto, delle forze di liberazione.