Sulla crisi dei rapporti tra Stati Uniti e Unione europea

Ad appena un mese dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, i rapporti fra USA e Unione Europea sono scossi dalle fondamenta.

Il tabù del “disaccoppiamento” politico, diplomatico e potenzialmente militare fra le due sponde dell’Atlantico è infranto. Ieri l’altro, alla prima riunione della sua amministrazione, Trump ha annunciato dazi del 25% sulle auto europee ed altro ancora, motivando la decisione con l”affermazione: l’UE è stata creata “per fregarci”. E siamo solo all’inizio.

Lo smarrimento dei vertici dei paesi europei, il loro avanzare in ordine sparso, senza alcuna evidente unitarietà d’intenti, conferma che la costruzione dell’Unione Europea non è mai veramente decollata. È nata, questo sì, con grandi ambizioni, ma con gambe gracili sulle quali camminare. All’indomani della riunificazione tedesca e della disgregazione dell’URSS e del Patto di Varsavia, l’iniziativa di Berlino era volta a costruire un polo imperialistico europeo potenzialmente capace di contendere agli USA la leadership mondiale, o quanto meno di competere da pari a pari. Di questo progetto, la nascita dell’euro e della Banca Centrale Europea hanno rappresentato il punto più alto, pur essendo un’avventura in territorio sconosciuto. Tale, infatti, era la costruzione di una moneta unica per una pluralità di Stati rimasti indipendenti, o solo blandamente coordinati, su tutti gli altri terreni, dalla politica fiscale a quella di bilancio, dalle politiche sociali alle strategie industriali, dalle “sfere d’influenza” nelle diverse aree del pianeta agli apparati militari. È questa la ragione per cui la BCE funziona tuttora come una stanza di compensazione di interessi diversificati ed ha uno statuto peculiare che la differenzia da tutti gli altri istituti di emissione, sebbene il superamento della crisi del debito sovrano nel 2011 – affrontata da Draghi secondo l’ormai famoso precetto del whatever it takes – abbia mostrato che le classi dominanti dei principali paesi europei, a cominciare dalla Germania, sono consapevoli che il fallimento dell’euro e il ritorno alle monete nazionali avrebbe effetti catastrofici.

L’ambizione dell’euro, asse portante del progetto europeista, era quello di scalzare il dollaro come moneta del commercio internazionale e valuta di riserva del sistema finanziario internazionale. Non è un mistero che la sua nascita è suonata come un campanello d’allarme per gli USA, che hanno visto delinearsi, a ragione, un rischio esistenziale per il loro status di unica superpotenza del pianeta. Ma costruire un polo imperialistico europeo avrebbe richiesto la pianificazione di un’azione volta a contrastare sistematicamente la presenza e il ruolo del capitalismo yankee su tutti gli scacchieri. È evidente che l’Europa – il cui declino economico, tra l’altro, è da tempo molto più acuto di quello degli Stati Uniti – non è stata in grado di farlo, per i contrastanti interessi da cui è animata, che ne fanno, a dispetto della retorica dominante, una giungla di nazionalismi, ora concordanti ora in contrasto reciproco. E gli USA, dal 1992 ad oggi, sono sempre riusciti a far valere la propria supremazia, utilizzando, anche a tal fine, le guerre “asimmetriche” (Iraq, Afghanistan) a cui i paesi dell’Unione Europea si sono accodati o da cui si sono estraniati in modo passivo (come ha fatto la Germania in occasione della seconda guerra irachena).

Ma i fatti hanno dimostrato che la pretesa di far maturare un nuovo schieramento imperialistico autonomo e concorrenziale con Washington dall’interno dell’ordine di Yalta, come una sua evoluzione naturale, era una pia illusione. Superata la fase del varo della moneta unica, il polo europeo ha conosciuto sempre più difficoltà, perdendo terreno rispetto al grandeggiare della Cina come potenza produttrice di valore, di merci, in grado di oltrepassare in ogni campo la UE, e alla capacità statunitense di mantenere saldamente l’iniziativa politico-militare nelle proprie mani.

È pur vero che, di fronte ai rischi di implosione dell’euro, nello sciame di crisi che va dal 2008 al 2011 e durante la pandemia, la UE è stata capace di un colpo di reni che l’ha tenuta in piedi. Nel primo caso lo ha fatto aggirando abilmente i vincoli monetari cui formalmente era tenuta la BCE; nel secondo, varando una seppur parziale mutualizzazione del debito. In entrambi i casi, tuttavia, è emerso che la strada di una più stretta integrazione fra i paesi europei sarebbe stata praticabile solo con una maggiore subordinazione all’asse franco-tedesco, che, fra alti e bassi, ha governato l’Unione. In regime capitalistico, sono i rapporti di forza che contano e, pur essendo la Germania il soggetto più forte, ha dovuto accettare, nel caso del Next Generation UE, lo smarcamento della Francia a favore dell’asse italo-spagnolo, che ha permesso il varo del Recovery Fund. 

La guerra in Ucraina, poi, ha assestato un altro pesante colpo alla UE e all’Ostpolitik europea. Per un lungo arco di tempo, la Germania ha conciliato la sua penetrazione economica ad Est con il mantenimento di relazioni fruttuose e non ostili con la Russia. L’amministrazione Biden, intensificando il sostegno alla frazione della borghesia ucraina che guarda ad Ovest, ha spinto Berlino e gli Stati europei ad approfondire la spaccatura interna a quel paese fino a produrre la rottura con la Russia, la fine dell’Ostpolitik e la ricostruzione di una sorta di nuova “cortina di ferro”.

Il capovolgimento di fronte imposto adesso da Trump – dopo aver incassato i frutti della separazione fra Europa e Russia – è frutto della volontà USA di concentrarsi sul nemico principale, la Cina, inserendo un cuneo nel legame di quest’ultima con Mosca, un’operazione che non potrà mettere fine all’alleanza, ma forse renderla più complessa. Di certo, la linea della nuova amministrazione USA spiazza del tutto gli Stati europei, rischiando di escluderli in gran parte dal bottino ucraino (sembra ormai certo che Zelensky firmerà l’accordo di Washington sulle terre rare e non quello “più conveniente” della Gran Bretagna) e privandoli di una credibile linea strategica.

Ben prima di Trump, con la guerra in Ucraina gli USA hanno colto l’occasione per spingere l’acceleratore del conflitto, assegnandogli una valenza marcatamente anti-europea. In breve, dopo qualche esitazione, l’allineamento europeo con Washington ha permesso di recidere di netto le relazioni economiche della Germania con Mosca, ha messo fine all’abbondante fornitura di energia a basso prezzo di cui l’industria tedesca poteva beneficiare, fino al sabotaggio del gasdotto North Stream, incassato da Berlino senza batter ciglio. Da locomotiva dell’Europa, Berlino si è così trasformata nel malato d’Europa, entrando in recessione.

Il conflitto in Ucraina, che ha sdoganato la guerra, ivi compresa quella nucleare, come opzione strategica, ha comunque costretto le borghesie europee ad accelerare su molti piani. Uno di questi è la produzione militare, intensificatasi in tutti i paesi del vecchio continente. Ricordiamo che la Germania ha stanziato 100 miliardi finalizzati al riarmo, ma in chiave rigorosamente nazionale, fuori da qualunque coordinamento con i propri partner europei.

Se l’asse franco-tedesco non è riuscito a realizzare una maggiore integrazione del polo europeo all’apice della sua forza, è abbastanza prevedibile che l’impresa sia oggi ancor più difficile da perseguire.

Quello che è certo è che, se questi sconvolgimenti allontanano la prospettiva di una Unione Europea capace di confrontarsi come soggetto unico con gli USA, in declino di egemonia ma tuttora perno essenziale del (dis)ordine mondiale, accelerano altresì la corsa all’economia di guerra, al militarismo, alla preparazione bellica, nelle forme che l’esito dei rapporti di forza sarà in grado di stabilire. Ciò contribuisce a scatenare nuove rivalità inter-europee, dal momento che la Francia di Macron intende far pesare la maggiore efficienza del suo esercito e il proprio autonomo armamento nucleare. Ma, su questo piano, si troverà a competere con la Gran Bretagna che, in vena di ripensamenti sulla Brexit, cercherà a sua volta di far concorrenza a Parigi con il proprio ombrello atomico.

Nello scenario europeo, le forze politiche borghesi, il cui compito è assecondare le tendenze del sistema e organizzare la subordinazione ad esse dei proletari, spiazzate dalla nuova amministrazione USA, sono oggi divise in due campi.

Da una parte, una destra sempre più estrema e fascisteggiante, che appoggia Trump, ne difende le ricette violentemente antiproletarie, ma non possiede ancora una chiara strategia internazionale entro cui collocarle. Lo confermano tanto gli equilibrismi della Meloni, che si barcamena con gran difficoltà fra sovranismo trumpiano ed “europeismo” antirusso, quanto le contraddizioni presenti in AfD, portatrice ad un tempo di istanze euroasiatiche, ambigue sul rapporto con la Cina, e di pulsioni e interessi concreti che la accostano alla linea USA. Dall’altra, le forze “europeiste”, che, in nome del “progressismo”, dei “valori europei” e via blaterando, non trovano di meglio che prospettare ricette sempre più simili a quelle della destra. Sulle spese militari, sulla preparazione alla guerra, sulla costituzione di eserciti sempre più efficienti e micidiali, difficile dire chi è più reazionario: in materia di corsa alla guerra, ad esempio, chi è più bellicista, FdI della Meloni o il PD di Schlein?

La situazione quindi è ancora talmente fluida da rendere azzardata ogni lettura degli schieramenti e delle alleanze future che, al di là dell’individuazione di alcune tendenze di fondo, abbia pretese di assoluta esattezza.

Sulle politiche di contrasto all’immigrazione, se Trump ha esordito incatenando platealmente gli immigrati “illegalizzati” dal razzismo di Stato degli USA e prevedendo la loro deportazione nel lager di Guantanamo, in Europa i laburisti inglesi apprezzano la Meloni e il suo progetto “albanese”, tanto simile al loro piano di deportazione degli immigrati in Ruanda (per ora fermato da un pronunciamento della Corte suprema), mentre la finta opposizione parlamentare di Schlein, Conte ecc. mette l’accento sullo “spreco di denaro pubblico”, cercando di far dimenticare che i lager nostrani, chiamati CPR, li ha inventati il centro-sinistra e che gli accordi con i torturatori libici li ha fatti il ministro PD Minniti.

Alle prese con una società statunitense percorsa da tensioni e conflitti razziali, territoriali, di genere, valoriali, e di recente anche sindacali, che hanno fatto parlare da anni di un rischio di guerra civile, l’amministrazione Trump – che già tra il 2017 e il gennaio 2021 fu costretta a fronteggiarli – conta di scaricare totalmente sui paesi europei i costi della corsa al riarmo e alla guerra, e i collegati rischi di destabilizzazione sociale. Si aprono, potenzialmente, spazi nuovi in Europa per l’iniziativa delle forze di classe internazionaliste.

I proletari, infatti, non hanno nulla di positivo da sperare né dall’affermarsi di una linea che privilegi l’alleanza col nuovo corso trumpiano dei singoli paesi europei, né dall’eventuale ripresa di una prospettiva europeista che può tentare di rilanciarsi, in aperto contrasto con l’azione della superpotenza d’oltre oceano, solo attraverso l’accentuazione di militarismo repressione e sfruttamento.

Come sempre, i proletari potranno evitare il baratro che le classi dominanti stanno preparando e in cui sono destinati ad essere carne da cannone per i loro sfruttatori, solo se troveranno la forza di reagire, di lottare; solo se rigetteranno tutti i tentativi di attizzare diffidenza e odio al loro interno e si uniranno come classe nemica del capitale, ribellandosi al tentativo di irreggimentarli oggi al servizio “della patria”, sia nazionale che europea, per poi farli scannare sui campi di battaglia come avviene tragicamente da tre anni fra proletari russi e ucraini.