
Sulla necessità, razionalità e addirittura moralità del riarmo europeo, e non solo, vengono ogni giorno elaborati teoremi da propinare alla gente per ingannarla.
Il riarmo viene presentato come necessario alla difesa dei valori occidentali, cristiani del continente contro il despota Putin (che crede anch’egli ai valori cristiani tradizionali, e ne fa continuamente mostra); come indispensabile per la difesa della debole e aggredita Ucraina contro il potente aggressore russo[1] (questo detto dai capi della più potente e aggressiva alleanza militare della storia del mondo, che questa guerra ha preparato con metodo da almeno 15 anni); oppure come necessario per l’indipendenza dell’Europa dalle strabordanti mire dello storico (ex?) alleato americano, con cui ci si mette in concorrenza per obiettivi di dominio e di rapina in tutto e per tutto simili; oppure ancora come indispensabile per la difesa dell’economia e dei lavoratori europei dalla iniqua competizione proveniente da Oriente (Cina) e ora anche da Occidente (USA), sorretta dai rispettivi apparati statali – questo spacciato da un’UE che ha eretto barriere di ogni tipo per proteggere le proprie imprese, e lo ha fatto anche nella famigerata delibera sugli 800 miliardi di euro di riarmo. La sola cosa negata è quella vera: lo scopo di questo riarmo, continentale – o in ogni caso delle singole nazioni, chissà? – è preparare le armi e gli eserciti necessari per combattere la guerra più cruenta e devastatrice di tutte quelle che hanno finora segnato il cammino della “civiltà” umana.
Sul progetto RearmEu lanciato dalla von der Leyen sono spaccati sia il governo che l’opposizione, in particolare il PD. Nessuno degli schieramenti politici nostrani ha però negato la necessità di rafforzare la “difesa” italiana, e di spendere di più per la guerra: solo che mentre Pd e FI privilegiano la “difesa europea”, la Lega batte su quella italiana per favorire l’industria bellica italiana, a scapito di quella tedesca e francese. Salvini: «Non voglio arricchire francesi e tedeschi sulla pelle dei miei figli e dei miei nipoti. … Se io devo fare debito pubblico italiano, lo faccio solo e soltanto se posso far lavorare aziende italiane. (…) Prima di riarmare l’Europa, riarmo l’Italia, l’esercito italiano, la Marina italiana i carabinieri, l’aviazione italiana, facendo lavorare aziende italiane.»[2] Tutto qui.
Ai più apparentemente pacifisti di tutti, i Pentastellati di Conte, la Meloni ha riservato una stilettata mortale: fu Conte, tra i primi, a sottoscrivere l’aumento della spesa bellica fino al 2% del PIL, o no? E poi, a ben vedere, a cosa si riduce il loro “pacifismo” di oggi? Ad insistere sulla “ottimizzazione” della spesa dei singoli stati membri, mettendola in comune, razionalizzandola, tirando “fuori un progetto serio di difesa comune” per il quale “occorre l’integrazione politica, un’unità di comando».[3] Dunque: sì all’esercito europeo a comando unificato. Senza armi? Ma dai, Conte, sono giochini di prestigio con il trucco facile da scoprire.
Tra le fila dell’opposizione parlamentare la richiesta di efficientamento e coordinamento delle risorse disponibili degli stati nazionali, tra l’altro, è diffusa: si richiama al fatto che, ad es., nell’esercito italiano la spesa per ufficiali e sottufficiali è sproporzionata rispetto a quella per le armi. In questo modo sarebbero possibili minori tagli al sociale, dicono, nel tentativo di salvare capra e cavoli. Ma si tratta anche in questo caso di mere schermaglie che vedono protagonisti deputati del Pd che sono stati in primissima fila nel sostenere le massime dazioni di armi all’Ucraina e nel non mettere mai in discussione le forniture di armi a Israele e il potenziamento dell’industria bellica italiana, in cui il Pd è fortemente presente ai vertici con manager affiliati e suoi uomini. Quindi, di che stiamo parlando?
Il timore dei partiti di opposizione e dei dirigenti sindacali – ma è un timore anche della Meloni o di Salvini – è che affossando brutalmente quel che resta del welfare, ci siano rivolte sociali. Per questo, preventivamente, il governo ha rimesso in questi giorni in moto l’iter dell’approvazione del DDL ex 1660, di cui già anticipa di continuo l’applicazione moltiplicando le misure repressive. E se il ministro dell’Economia Giorgetti si mostra forse il più prudente di tutti, la sua “prudenza” non mette minimamente in discussione l’obiettivo riarmo, limitandosi a chiedere “un programma ragionato, meditato di investimenti [europei] in infrastrutture militari che abbiano un senso, e non fatto in fretta e furia senza una logica.”
L’apparente bailamme di tesi e controtesi, che attraversano sia le destre che il centro-sinistra, ha un obiettivo comune: costruire un consenso popolare intorno al riarmo e alla preparazione della guerra, coinvolgere il più possibile le masse lavoratrici che dovranno pagare l’alto costo umano di questi folli progetti dettati dallo scontro tra imperialismi e dalla insaziabile fame capitalistica di profitti.
Il presidente della Confindustria tedesca (BDI) Peter Leibinger è stato a riguardo esplicito, quando ha chiesto di “promuovere l’accettazione e il sostegno sociale dell’industria delle armi, che deve “diventare parte di una cultura di sicurezza e difesa viva della società”.[4] A suo dire, occorre minare il dissenso orientandolo su dibattiti capziosi, contrastare la critica della corsa alla guerra presentandola come cieca, poco lungimirante, fondata su argomenti idealistici, poco concreti. In ogni caso e in primo luogo si deve intralciare e demonizzare i movimenti di opposizione di classe che possano frenare o magari arrestare la tendenza alla guerra.
Per catturare il consenso di lavoratori e giovani precari, con un occhio al persistere del rallentamento economico nei vari paesi europei, o della crisi industriale, a cominciare dalla Germania, si spaccia il riarmo come occasione di rilancio economico, di spinta all’innovazione tecnico-scientifica, e di conseguenza alla produttività generale. E si ha l’impudenza – in certi casi – di richiamarsi alla storia, presentando le guerre mondiali, anziché come orge di devastazione e di morte, come motori di sviluppo dell’economia. Le enormi sofferenze, i milioni di morti, la disumanizzazione che le ha accompagnate sono ridotti al rango di effetti collaterali non voluti!
Per mostrare che non stiamo inventando proprio nulla, riportiamo di seguito alcuni estratti da articoli comparsi negli ultimi giorni sui media europei – tutti, come è noto, sotto lo stretto controllo di grandi gruppi capitalistici.
Sul giornale tedesco “Frankfurter Allgemeine Zeitung” (FAZ), ad esempio, si afferma: «Data la persistente debolezza dei principali settori dell’industria tedesca, per la crescita economica gli economisti puntano sul boom degli armamenti. L’economista Ethan Ilzetzki della London School of Economics (LSE) prevede che se i paesi UE aumentano i loro bilanci militari al 3,5% del loro PIL, acquistando al contempo più armamenti sul mercato interno, il PIL della UE aumenterà fino all’1,5% l’anno.»[5]
Il “Sole24 Ore”, a sua volta, ricorda che «Il boom dell’industria bellica si riflette da tempo sui mercati azionari. Le azioni Rheinmetall hanno fatto un balzo di circa un quarto nel giro di una settimana, si aggirano ora sui 900 euro, contro i 100 all’inizio della guerra in Ucraina. Le azioni del gruppo francese di armamenti Thales sono aumentate di circa il 16%, mentre quelle del produttore di armamenti italiano Leonardo sono aumentate di circa il 18%.»[6]
Il giornale di Confindustria guarda poi con orgoglio all’operazione di joint venture avvenuta ad inizio marzo tra Leonardo e il colosso tedesco Rheinmetall, che ha dato vita a Leonardo Rheinmetall Military Vehicles, con sede a Roma e posseduta in misura paritetica (50%-50%). Chi sa che in questo modo Leonardo non riesca ad eguagliare i livelli di profitto dei gruppi tedeschi degli armamenti di medie dimensioni, come Hensoldt e Renk, che hanno registrato rispettivamente + 29% e +34%.
Il tedesco Die Zeit, per cercare di coinvolgere i lavoratori tedeschi nell’entusiasmo per il riarmo, batte sul tasto dei nuovi posti di lavoro. Una tematica ripresa dai riarmisti italiani.
Scrive Zeit: «Con il rapido boom degli armamenti, cresce non solo il peso economico del settore ma anche quello sociale. Gli specialisti stimano che in Germania il numero di addetti nei gruppi della difesa superi i 100.000. Includendo i dipendenti delle imprese fornitrici e del settore della sicurezza in senso più ampio, il numero totale dei lavoratori raggiungerebbe le 400.000 unità,[7] una cifra di poco inferiore a quella dei dipendenti dell’industria chimica, pari a 450.000. L’industria delle armi viene ora considerata come opportunità occupazionale per il gran numero di dipendenti dell’industria automobilistica che si prevede saranno licenziati, e i dipendenti dicono che la guerra in Ucraina ha aiutato a ripulire la reputazione di questo settore a lungo considerato un “affare sporco”.»[8]
Non basta. Un altro dei pregi delle guerre, ricorda “Bloomberg”,[9] è che sono un acceleratore di scoperte che aumentano la produttività, come avvenne nella Seconda Guerra Mondiale.
«Mentre l’Europa si impegna a spendere di più per la difesa, Ilzetski … pensa che i guadagni di produttività derivanti dalla spesa per la difesa potrebbero tradursi in una maggiore produttività europea complessiva. La sua logica è duplice: la ricerca sulla difesa può innescare il progresso tecnologico con applicazioni civili. E aumentare la portata della spesa per la difesa significa più “apprendere facendo” – come accadde per gli aerei statunitensi – che migliorerà i metodi di produzione, ancora una volta con ricadute sul resto dell’economia. Questa è una buona notizia per l’Europa, che ha promesso centinaia di miliardi di euro in nuove spese per la difesa nel corso degli anni.»
Com’è bella la guerra! Come aiuta il progresso! Come sviluppa la produzione! E come accresce la produttività (soprattutto la “produttività” degli azionisti e dei grandi “signori della guerra”)! Poco importa a questa banda di propagandisti della morte che si produca di più e “più produttivamente” per devastare e massacrare di più la natura e l’umanità, in prima istanza sempre la comune umanità lavoratrice. E poco importa loro che la gigantesca massa di denaro che si è deciso di convogliare verso la spesa bellica sottrarrà da subito ulteriori risorse alla spesa sociale per la salute (una sola portaerei vale 70.000 infermieri!), alle pensioni, al sostegno ai disoccupati, ai non autosufficienti, etc.
Questo, però, interessa a noi che siamo per produrre ciò che è socialmente utile, per eliminare ciò che è socialmente inutile e dannoso (questo è il caso), con ciò liberando tempo di lavoro sociale (meglio lavorare un’ora in meno, con gli stessi beni di consumo utili, che un’ora in più per produrre armi, droga, prodotti inutili, di lusso, ecc.). E ci chiama a confrontarci con tutte le giustificazioni, a batterci contro tutte le ciniche e ingannevoli giustificazioni che si stanno mettendo in circolazione per far accettare come “interesse comune” la corsa al riarmo e alla guerra, da combattere con tutte le nostre forze.
[1] Cfr. https://www.paginemarxiste.org/i-nostri-punti-fermi-sulla-guerra-in-ucraina-tir-italiano-deutsch/
[2] https://www.youtube.com/watch?v=m1iZANsZ59I
[3] Dichiarazioni di Conte in un video del 10 marzo 2025: https://www.youtube.com/watch?v=vVbGRi6Hz8s al minuto 1:26
[4] Handelsblatt, 14.02.25
[5] FAZ, 17.02.’25
[6] Sole24 Ore, 03.03.’25
[7] Die Zeit, 08.07.’24
[8] FAZ, 09.02.’25
[9] Bloomberg, 16.03.’25