Ma quale pace? Lega e Cinquestelle sono alla ricerca di nuove sponde imperialiste per gli interessi del sistema-Italia

A seguito delle recenti convulsioni della politica internazionale, Lega Nord e M5S, insieme ai cespugli di AVS organicamente abbarbicati al PD come le cozze allo scoglio, ci tengono ad apparire come quelli che “vogliono la pace”. Gli unici in ambito parlamentare veramente “amanti della pace”. Ma questa è solo l’apparenza delle cose. La sostanza è tutt’altra. Entrambi questi partiti sono alla ricerca di nuove sponde imperialiste per tutelare al meglio gli interessi del sistema-Italia, cioè dell’imperialismo italiano.

Ci sono in Italia, come in Europa, milioni di lavoratori e di giovani che nutrono un sano desiderio di pace, una sana repulsione verso il riarmo e la preparazione della guerra. Questi sentimenti possono evolvere in due direzioni opposte: o, radicalizzandosi, verso la totale contrapposizione alla corsa al riarmo e alla guerra, con la lotta e in solidarietà con quanti/e negli altri paesi europei ed extra-europei hanno le stesse aspirazioni; o, rovesciandosi di segno, verso forme di patriottismo più o meno motivate dalla ripulsa verso il più bellicista di tutti che, immancabilmente, non è mai in Italia (o nel proprio paese).

La Lega e il M5S cercano appunto di indirizzare questi sentimenti verso forme “alternative” di patriottismo: nel caso di Salvini, più vicina a Putin e Trump (il primo che ha sacrificato centinaia di migliaia di vite per una fetta di Ucraina, il secondo che sostiene il genocidio e la pulizia etnica in Palestina e vuole annettersi la Groenlandia); nel caso di Conte, si tratta di un patriottismo più svincolato da alleanze fisse (ma, attenti: mai una parola sullo scioglimento della NATO!), con libertà di movimento in un mondo multipolare. C’è una frase ultra-patriottica di Conte che lo dice apertamente: il ReArm Europe  “è una follia. La Germania diventerà superpotenza militare. L’Italia resterà indietro”. Salvini, con la lingua dei bottegai, sostiene la stessa identica tesi: “Qualcuno a Bruxelles forse pensa di usare i soldi dei contribuenti italiani – con la scusa del ReArm Europe – per finanziare carri armati stranieri? No, grazie”. Un no addirittura “assoluto”. Altra cosa, precisa, se invece si tratta dell’industria italiana. Insomma: l’importante è che non resti indietro l’Italia che produce armi, e le produce alla grande!, essendo il sesto produttore mondiale. Uno strano genere di “pacifismo”, non vi pare?

Lo facciamo notare a quanti prendono sul serio ingenuamente le declamazioni “pacifiste” dei Conte & Salvini di oggi, dimenticando che entrambi sono stati corresponsabili, con alte cariche di governo, dell’incremento della spesa bellica italiana, delle forniture di armi all’Ucraina, delle azioni della NATO. Oggi, con le loro obiezioni al ReArm Europe non si discostano dal tracciato di ieri.

In un modo o nell’altro, infatti, entrambi i partiti e leader spingono il loro pubblico – soprattutto quello proletario e popolare – a sentire l’Italia, il sistema delle imprese italiane, lo stato italiano, l’esercito italiano, la diplomazia italiana, come qualcosa di loro, con le cui sorti identificarsi, mentre si tratta invece di apparati di sfruttamento, di asservimento, di guerra, come dimostra la loro partecipazione alla rapina dei grandi tesori dell’Ucraina, al genocidio dei palestinesi, il ruolo attivo nell’incentivare le guerre civili in Sudan, in Congo, etc. (cosa ci fanno decine di missioni militari italiane in giro per il mondo?).

Noi internazionalisti, al contrario, invitiamo quanti/e sentono le guerre in corso e in preparazione, il gigantesco riarmo dell’Europa e dell’Italia appena deciso come ingiustificabili, o anche solo come pericoli, come fonte di sacrifici e di lutti evitabili, a diffidare di questi venditori di “pace”, a non prestare ascolto ai loro richiami, e a guardare invece a quelle iniziative – a cominciare dal prossimo sciopero dell’11 aprile indetto dal SI Cobas e alla manifestazione del 12 aprile a Milano – in cui la lotta contro i signori della guerra, i capitalisti italiani e di tutte le altre nazionalità, è una lotta vera, non recitata. Ciò detto, entriamo ora ad analizzare le specificità delle posizioni della Lega e dei 5S.

Lega Nord: il trump-putinismo di Salvini

La Lega ha sempre sostenuto un federalismo molto simile allo scissionismo. Dimostrazione eloquente è il suo ultimo cavallo di battaglia sull’autonomia differenziata; legge che il partito è deciso a mettere all’incasso all’interno del governo Meloni. Dal momento che l’Unione Europea (nata nel 1992) ha assunto connotati politici che l’hanno fatta sempre più rassomigliare per sommi capi al vituperato “Stato centralistico” italiano, la Lega ha sempre manifestato verso di essa insofferenza, per non dire ostilità.

Poi, va da sé: come a Roma il partito non solo ha mandato i suoi parlamentari ma ha pure assunto (ripetutamente ed a geometria variabile) funzioni nel governo centrale, così ha fatto anche a Bruxelles. Tutti ladroni, ma rifiutare l’obolo non sia mai detto. Gli affari sono affari. Del resto, la fiorente imprenditoria padana, senza l’Europa, andrebbe rapidamente a gambe all’aria.

Un venticinquennio fa, col crollo dell’URSS e l’emergere del cosiddetto “unilateralismo” statunitense, la Lega ha cominciato un percorso di avvicinamento e di identificazione con la destra internazionale che è sfociato nel sovranismo, cioè nel nazionalismo radicale, di Matteo Salvini (eletto segretario nel novembre 2013). Quel federalismo in odor di scissionismo di Umberto Bossi, non ben identificato ideologicamente, è diventato un coacervo di nazionalismo e di autonomismo fortemente xenofobo, con agganci e simpatie verso l’estrema destra europea, ed extra.  

Al contempo, per battere la concorrenza di Berlusconi e per dare fiato alle aziende del Nord-Est, la Lega ha fatto di Putin il nuovo modello politico, con tanto di maglietta col faccione dell’autocrate indossata da Salvini. A seguito dell’elezione del Trump-uno (2016), il cerchio demo-oligarchico è sembrato chiudersi anche oltre Atlantico. L’anti-europeismo leghista ha trovato così nuova linfa, incarnandosi nel 2018 nell’asse governativo col M5S. Conte è il presidente del Consiglio pentastellato, mentre Di Maio (ministro degli Esteri) e Salvini (ministro dell’Interno) sono i vicepremier. Il non decollo politico dell’U.E., che ha perduto con la Brexit l’adesione di Londra (2016), ha fatto balenare al governo giallo-verde la possibilità di smarcarsi da Bruxelles coltivando relazioni bilaterali. E ottenendo qualche riconoscimento e qualche vantaggio dal triangolo USA-Russia-Cina.

Fino a che, nel febbraio del 2022, l’imperialismo USA e la NATO, spingono all’avventura militare l’imperialismo russo, dentro un proposito teso a isolare la Russia e indebolire gli imperialismi europei. A quel punto Salvini (che non è mai stato pacifista ma un infame persecutore di immigranti, un promotore di decreti-sicurezza anti-operai e un cultore dei buoni rapporti coi neo-nazi), ha provato a presentarsi in Italia addirittura come “mediatore” tra l’Occidente e la Russia. Ora predica moderazione nelle sanzioni alla Russia di Putin. Auspica l’instaurazione di canali diplomatici… senza peraltro poter far nulla (anzi votando a favore!) in merito al gettito di soldi e di armi che il governo Meloni, di concerto con l’U.E., ha inviato a Kiev in questi tre anni di guerra. Il classico piede in due scarpe, in attesa di tempi migliori.

Sia detto per inciso: riguardo al genocidio palestinese post-7 ottobre 2023, il bulletto leghista si guarda bene dal profferire parole di altrettanta “umanità cristiana”. Che Netanyahu si accomodi pure! La sua e quella dello stato sionista è semplice “autodifesa”! Non c’è che dire, un vero e proprio Gandhi in versione padana…

Tempi migliori, per Salvini, sono arrivati col ribaltone Trump-due del novembre scorso.

Se ora la linea di Washington è quella di chiudere in qualche maniera la guerra in Ucraina per disarticolare del tutto una U.E. in piena difficoltà (ha appoggiato Kiev ad alto prezzo e ora rischia di essere esclusa da ogni spartizione) e allontanare al contempo la Russia dalla Cina, per Salvini si tratta di rispolverare il vecchio “trump-putinismo” e ritornare alla carica. E del resto le assonanze ideologiche aiutano: sistema autoritario, securitarismo, caccia al “clandestino”, nazionalismo sono musica per le sue orecchie.

Ora Trump, per la Lega, è diventato il pacifista per eccellenza. Fa niente se spinge Netanyahu a farla finita con i palestinesi di Gaza e dintorni. Fa niente se intende annientare gli Houti e gli Hezbollah. Normale che il Tycoon parli (e pratichi) deportazioni degli immigrati “irregolari”, sopprima il ministero americano della Pubblica Istruzione, reprima ogni dissidenza e prepari annessioni di territori appartenenti ad altri paesi. Alla stessa maniera, a Putin vengono abbuonate tanto le porcherie imperialiste del presente (l’invasione dell’Ucraina l’ha pur fatta) quanto quelle del passato (Cecenia, Georgia, Kazakhstan).

La Lega dà fiato alla possibilità che si è aperta di mettere a frutto contatti bilaterali con quelle che sembrano le potenze uscite vittoriose dalla guerra in Ucraina. Contro Bruxelles. Dunque contro il piano di riarmo della Von der Leyen. Nelle giornate di sabato 8 e domenica 9 marzo, non a caso, la Lega ha organizzato in tutta Italia dei banchetti di raccolta firme in opposizione al “ReArm-Eu”.

Sui manifesti campeggia la scritta: “Soldati italiani in Ucraina? No grazie!”.

Si era alle prime battute sul cosiddetto “esercito dei volonterosi”, sponsorizzato dal duo Macron-Starmer: il quale avrebbe dovuto fare da forza di interposizione presso i confini (?) russo-ucraini. Un evidente tentativo da parte di alcuni imperialisti europei di riguadagnare un palcoscenico da cui risultano esclusi. Tentativo già finito in farsa, dal momento che dal vertice di Parigi del 27 marzo i “volonterosi” sono diventati più sommessamente “rassicuratori”, cioè gruppi franco-inglesi di addestramento e supporto a Kiev…

Lega disarmista? Pacifista? Non Violenta? Non diciamo fesserie. La Lega, proprio in quelle due giornate e nelle settimane successive, ha continuato a diffondere messaggi classisti di militarizzazione e di repressione. Armi? Perché no? Ma rigorosamente italiane. Per la “difesa” italiana, non per il riamo europeo. Non intendiamo pagare per riarmare la Germania (abbiamo già citato la sua frase in partenza). Acquistiamo piuttosto armi italiane. E se proprio vogliamo la “sicurezza”, parole di Salvini, perché non regoliamo bene i conti in casa nostra? (Vedi la caccia al “clandestino” e la Legge 1660 sulla Sicurezza, aggiungiamo noi).

Cioè: botte da orbi contro chiunque si permetta di turbare il “pacifico” sfruttamento e la “pacifica” oppressione che il governo Meloni sta perpetrando in ogni landa d’Italia contro la classe proletaria, gli studenti e le studentesse per la Palestina, i movimenti ambientalisti e antimilitaristi.

In ciò consiste il cosiddetto ruolo “pacificatore” della Lega Nord: ricerca di nuovi agganci imperialisti oltre Oceano. Ripristino della corsia preferenziale russa. Rimescolamento dei rapporti all’interno dell’U.E. per dare maggior forza ad un sovranismo italiano armato di tutto punto. Chissà se, dentro l’evolversi della situazione, l’idea salviniana sul ripristino della leva militare possa trovare gli appoggi giusti per essere messa all’ordine del giorno. Sarebbe un ulteriore scatto verso la mobilitazione di guerra che smaschererebbe ancora di più i “pacifinti” della Lega.

Movimento 5 Stelle: il tragico inganno del “multipolarismo pacificatore”

Il M5S nasce a seguito delle convulsioni politiche della cosiddetta “Seconda Repubblica”.

Dopo il ribaltone di “Mani Pulite” (1992), l’imperialismo italiano stava incartandosi nel dilemma berlusconismo/anti-berlusconismo. Dilemma che imploderà dopo la crisi finanziaria del 2008 e la successiva ventilata bancarotta dei conti pubblici (2011). Cosa che porterà, sotto la regia di Giorgio Napolitano, alle dimissioni dello stesso Berlusconi per dar spazio al governo del tecnocrate succhia-pensionati Mario Monti.

I 5S, nati appena due anni prima sull’onda di ripetute mobilitazioni all’insegna dell’antipolitica, non hanno un ancoraggio internazionale minimamente connotato. Dichiarandosi “post-ideologici”, essi vengono a costituire rapidamente un impasto (più o meno riuscito) di modernismo tecnologico, costituzionalismo, legalitarismo, parlamentarismo, spirito proprietario e securitario… proiettato verso una assai improbabile contaminazione italiana delle democrazie borghesi occidentali più “illuminate” (le più imperialiste, tra l’altro).

Sono europeisti in teoria; ma anche a loro, come alla Lega, non va giù il centralismo e il burocratismo dei vertici U.E., postisi al di sopra dei “popoli” e dei parlamenti nazionali.

Non va giù la cosiddetta “sudditanza” di Bruxelles verso gli USA. Non va giù che la NATO sia in mano agli americani. Si iscrivono così nei fatti, come del resto la Lega, alla crescente schiera dei partiti e dei movimenti populisti europei, detti anche in alcuni casi sovranisti. I quali contrastano, dal versante di frazioni della borghesia nazionale, le “élite” autoreferenziali della Commissione Europea e del Consiglio Europeo.  

I Cinquestelle sognano un’Italia forte, rispettata, sviluppata, tecnologizzata, ordinata, ben governata, in buone relazioni con il mondo intero. Non sono contrari agli ingressi degli immigrati, purché siano mirati, e gli immigrati stiano al loro posto: sotto. Il capitalismo è normale che debba esistere, ma va “regolato”.

In politica estera sono “multipolaristi”, cioè portati a guardare in modo critico ogni alleanza fissa o schieramento predeterminato. Intendono praticare una simile politica con il bilateralismo; privilegiando gli accordi “a due” tra potenze, in maniera tale da avere, così almeno credono, le mani libere e ottenere i massimi vantaggi per il proprio paese (per noi marxisti: i massimi vantaggi per la “propria” borghesia nazionale).    

Le cose vanno decisamente in altro modo. Quel capitalismo che i 5S ambiscono di modulare all’economia della conoscenza digitale si sta rivelando un padrone feroce e beffardo.

Dalla crisi della superpotenza USA (2000-2010) esce un mondo tutt’altro che pacificato e più collaborativo, uno scenario di conflitti senza esclusione di colpi tra vecchie e nuove potenze imperialiste. C’è sì il multipolarismo; ma invece del diritto e della cooperazione emerge più di prima la funzione primaria della forza: Usa, Cina, U.E., Russia, India, Brasile, Sudafrica, Giappone… Potenze continentali, o giù di lì. Continenti raggruppati (o quasi) in singole potenze. Tutti contro tutti, ma… non c’è posto per tutti!

Per movimenti piccolo-borghesi come i 5S, sognatori di una concorrenza “buona”, di rapporti internazionali “buoni”, cioè di un capitalismo impossibile, il trauma è evidente.  Nel 2014 entrano nel parlamento europeo col gruppo conservatore di destra “Europa della Libertà e della Democrazia Diretta”, per passare poi recentemente al gruppo di sinistra “The Left”. Tratto comune: l’euroscetticismo, la volontà di sganciarsi, di sganciare l’Italia dai vincoli commerciali di Bruxelles.

Ma non si può certo dire che il rifiuto degli armamenti e della violenza statale sia nel Dna del M5S. E’ stato esattamente ai tempi del governo Conte, infatti, che l’Italia prese l’impegno di innalzare al 2% del PIL le spese per la Difesa (+15 miliardi di euro), che ha fatto incetta dagli USA di aerei da combattimento F35 e ha mostrato la linea dura verso gli immigranti e gli immigrati, nonché verso le lotte proletarie, a partire dalla logistica. Conte ha anche lui votato più volte per l’invio di armi a Kiev. E oggi il M5S non è contro il riarmo, ma solamente contro questo tipo di riarmo.

Il susseguirsi di mobilitazioni di piazza e dei proclami, sintomo dell’innalzamento della tensione e della lotta politica, non deve far perdere di vista le coordinate essenziali della questione: i 5S, come del resto la Lega, sono a favore del riarmo italiano.

Conte, preparando la piazza pentastellata del 5 aprile prossimo contro il ReArm-Eu (ridefinito ora Readiness 2030 per non scioccare troppo le sensibilità popolari), attacca la “sudditanza” U.E. nei confronti degli USA e l’acquisto europeo degli armamenti USA, ma non è per nulla contrario al riarmo italiano! Esattamente come la Lega. Certo, si chiede la priorità delle spese sociali, degli investimenti produttivi e della competitività di sistema (che non sono proprio la stessa cosa delle spese sociali…), e accompagna il tutto richiamando alla “vera difesa della Patria”, arsenali militari compresi. Sempre Conte, in una intervista a “Il Sole 24 Ore” (del 28 febbraio), parla di “Difesa come progetto da coltivare, ma razionalizzando la spesa non aumentandola”. In pratica, secondo questa gente, chiamando “difesa nazionale” il potenziamento della macchina bellica, e razionalizzandone l’ammodernamento, senza con ciò penalizzare la spesa pubblica… la sete di mercati, di profitti e di aree di influenza dei “nostri” borghesi si trasformerebbe, da imperialista qual è, in politica di pace!

Siamo di fronte a una divisione di ruoli tra i guerrafondai “immediatisti”, che vogliono il riarmo europeo pronta cassa; i guerrafondai di più lungo periodo che vogliono, per il momento, “solo” la “difesa comune europea”; e i guerrafondai sovranisti sostenitori di una “Grande Italia”, naturalmente ben e modernamente armata, ma per conto proprio. Tutte opzioni di rapina e di rovina per milioni di proletari e di giovani.

Il “pacifismo” del M5S millanta il multilateralismo come fattore di pace nel mentre ricerca nuove sponde imperialiste: quelle più forti, o ritenute tali (a partire dalla Cina), per rilanciare le sorti di un imperialismo italiano a rischio di marginalizzazione in una U.E. a trazione centro-settentrionale (Germania, Polonia, Paesi Baltici). Ma di quale pace stiamo parlando?    

Conclusione

Come si vede, Lega Nord e M5S non intendono in alcun modo condurre una vera opposizione alla corsa al riarmo e alla guerra. Cercano, sì, di accreditarsi come forze di “pace” davanti all’opinione pubblica “popolare”, ma ciò che in realtà propongono sono soltanto delle carte giocabili sullo scenario internazionale per meglio difendere gli interessi del sistema-Italia, cioè dell’imperialismo italiano.  

Per quanto ci riguarda, il valore della politica internazionalista che proponiamo consiste anzitutto  nell’indicare gli sfruttatori di “casa nostra”, il capitalismo italiano, il suo stato, le sue alleanze militari, come il nemico n.1 della classe lavoratrice; e, in secondo luogo, nello smarcarsi da tutte le opzioni imperialiste che oggi, tanto in nome della pace che in nome della guerra, si contrastano a suon di mozioni, di manifestazioni e di inganni. Lo facciamo in nome dell’unità degli sfruttati di tutto il mondo allo scopo di dichiarare guerra alla guerra. Per far prevalere il disfattismo rivoluzionario, il solo vero antidoto al riarmo, al militarismo, alle patrie del capitale.