La folle e criminale corsa al riarmo dell’Unione Europea – Tendenza internazionalista rivoluzionaria

Il vertice europeo di Londra di domenica 2 marzo, al quale hanno partecipato sedici paesi (tra cui Canada e Turchia), si è chiuso senza un documento condiviso. L’U.E. è spiazzata e ulteriormente divisa dopo l’iniziativa di Trump sulla guerra in Ucraina; in particolare dopo i pesci in faccia gettati addosso a Zelensky da Trump e Vance, alla Casa Bianca, venerdì 28 febbraio.

Tutto è rimandato all’appuntamento di oggi, 6 marzo, a Bruxelles; dove si riunirà il Consiglio Europeo, cui la Commissione presenterà un piano. Ma una cosa è emersa con estrema chiarezza: gli imperialismi europei accelerano la loro corsa al riarmo, riproponendo in prima persona, pur con numerosi distinguo e qualche defezione, la guerra di accerchiamento contro la Russia – l’imperialismo russo. Una guerra rovinosa per le popolazioni coinvolte, come hanno già dimostrato tre anni di massacri e distruzioni sul fronte russo-ucraino.  

Appena scoppiata la guerra tra NATO e Russia in Ucraina (24 febbraio 2022), sostenemmo che un simile conflitto avrebbe aperto la strada senza ritorno al baratro verso cui il capitalismo sta spingendo l’umanità intera.

E’ esattamente ciò che si sta verificando e che il vertice di Londra conferma. L’attacco a fondo contro Mosca in nome di una “tregua” o di una “pace giusta” (che nessuno è in grado di definire in cosa effettivamente consista), è stato il leitmotiv di tutti i governanti convenuti nella capitale britannica. Con una sola conclusione fattiva: corsa agli armamenti, approntamento di una “difesa” europea costi quel che costi, schieramento di centinaia di migliaia di militari per fronteggiare il “russo invasore”. E’ il famoso Whatever it takes di Mario Draghi traslato dall’economia alla politica di guerra.

Per la presidente della Commissione Europea, la popolare Von der Leyen: “Dobbiamo trasformare l’Ucraina in una sorta di riccio d’acciaio indigesto per i potenziali invasori.” Per il laburista Keir Starmer, primo ministro britannico, “questo è il momento che definisce una generazione per la sicurezza dell’Europa”. Di rincalzo il guerrafondaio capo del governo polacco Donald Tusk dichiara: “Oggi tutti diciamo pace attraverso la forza.” Alla stessa maniera si esprime, manco a dirlo, il segretario generale della NATO, il liberale Rutte, degno erede del socialdemocratico Stoltenberg.

Se fino a ieri il primato della più demente russofobia era appannaggio dell’Alto Rappresentante per la politica estera dell’U.E., l’estone Kaja Kallas, accanita sostenitrice dell’immediata mobilitazione di guerra contro Mosca, ora il suo invito, ad un tempo grottesco e tragico, a “mettere in ginocchio la Russia” sta diventando il programma politico-militare dei più importanti Stati europei.

Non di parole si tratta. Tutt’altro! Alcuni segnali a riguardo sono già inequivocabili:

  1. la Commissione UE, da sempre alfiere dell’austerità nelle spese sociali, prospetta un Piano da 800 miliardi per finanziare il riarmo;
  2. le quotazioni dei produttori europei di armi, dalla Leonardo a Rheinmetal, sono immediatamente schizzate al rialzo del 15-20% in un solo giorno;
  3. si prospettano ricchissimi profitti sulle future distruzioni e i futuri macelli. Il prossimo Cancelliere tedesco Friedrich Merz, cristiano-democratico, sta pensando a un fondo speciale tedesco per la difesa di 400 miliardi di euro. La Polonia detiene già, per conto suo, il primato europeo della spesa militare in relazione al PIL: il 4,7%;
  4. Il presidente francese Macron intende proporre al prossimo Consiglio Europeo l’accettazione da parte di tutti i membri U.E. dell’innalzamento immediato della spesa militare dal 2% al 3-3,5%;
  5. L’U.K., decisa a riprendere l’iniziativa europea dopo la Brexit, oltre a un prestito già effettuato di 2,2 miliardi di sterline a Kiev, è in procinto di fornire ad essa un’ulteriore immissione di aiuti militari pari a 1,6 miliardi di sterline (circa 2 miliardi di euro), destinati all’acquisto di 5.000 missili per la difesa aerea;
  6. di più: la von der Leyen propone di utilizzare i fondi del Pnrr per la guerra e i piani di riconversione bellica dell’industria automobilistica – una possibilità che fa gola anche alla moribonda industria italiana dell’auto, alla quale sta per venire in soccorso un piano del governo Meloni per trasformare le auto in cingolati. Problemi per il deficit di bilancio? Nessuno. La Commissione europea ha deciso che le spese belliche non fanno deficit. Ma, naturalmente, fanno altro debito, da accollare ai soliti noti.

Dal vertice di Londra è uscito l’intento dichiarato di “rafforzare l’Ucraina”. Ma per l’UE non di “rafforzare l’Ucraina” si tratta, bensì di rafforzare la posizione dell’UE perché possa entrare a pari titolo di Stati Uniti e Russia nella spartizione dell’Ucraina. Cosa assai ardua, dal momento che la guerra, in sostanza, l’ha vinta la Russia e l’ha persa la NATO, ed è assai improbabile che la Russia possa accettare un terzo incomodo nella divisione delle spoglie ucraine. Inoltre – cosa altrettanto essenziale – gli Stati Uniti restano comunque, e di gran lunga, l’azionista di maggioranza della NATO, ed è noto a tutti, e per primo alla banda Zelensky, che il loro aiuto da terra, da mare e dal cielo è stato enormemente più utile a Kiev, sul piano militare, di quello europeo – tant’è che è bastata la minaccia trumpiana di sospenderlo per riportare a cuccia il riluttante burattino banderista di Kiev.

Tanto per mostrare i muscoli, parte dei convenuti di Londra (UK e Francia in testa, accordatesi nel vertice parigino di qualche giorno prima) vogliono al contempo creare una “coalizione di volonterosi”, previo accordo con Washington, in grado di schierare un contingente militare di interposizione tra Russia e Ucraina, una volta definita la tregua. Possibilità, peraltro, subito bocciata dal Cremlino.

La mossa di smarcamento statunitense dal fronte militare europeo ha fatto emergere in maniera ancora più evidente come la U.E. sia una caotica giungla di nazionalismi e una costruzione mai decollata, se si eccettua il mercato unico e quel centralismo finanziario (Euro e BCE) buono solo a rimpolpare i profitti dei grandi gruppi economici continentali ai danni del proletariato europeo. Un’entità che ancora si culla nella speranza di far maturare un imperialismo autonomo e concorrenziale con gli USA dopo il tramonto dell’ordine di Yalta.

La nuova amministrazione di Washington fa capire che per gli Stati Uniti è giunta l’ora di tirarsi fuori dal fronte ucraino – avendo prima realizzato un ultimo, grosso incasso, s’intende –  dal momento che gli Stati Uniti ne hanno già tratto un grande beneficio spezzando il legame di interessi materiali comuni tra la UE e la Russia a favore degli affari statunitensi. Che si arrangino gli europei, ora. Questo, dopo che fino a ieri gli USA e la NATO sono stati i capofila della guerra alla Russia! In pratica: per l’imperialismo USA è giunto il momento di scaricare i costi di una guerra persa sullo sconquassato, litigioso, arraffone imperialismo degli Stati (disuniti) d’Europa. Siano essi interni o esterni alla U.E.

Un imperialismo d’Europa inteso come agente attivo nella spartizione e rispartizione del mondo già cominciata (ricominciata) con le armi. La UE ha finora speculato sull’appoggio USA, senza dubbio; ma non da “colonia”, non da “serva”, come spesso si sente dire da parte di quegli ultras dell’europeismo che vorrebbero per l’Europa un ruolo di primattore nel mondo, senza peraltro la coesione necessaria per averne la forza.

L’azione diplomatica americana avviene non certo per un presunto “pacifismo” del filo-sionista Trump (amicone del boia Netanyahu), ma per scelta strategica: gli Stati Uniti intendono concentrarsi sul “pericolo cinese”, passando per le direttrici mediorientale e indopacifica concorrenti. Cercando di allentare il legame della Russia con la Cina, dopo che l’amministrazione Biden è praticamente riuscita nello scopo di compromettere, proprio con la guerra in Ucraina, quello tra la Germania e la Russia.  

Con i suoi proclami e le sue mosse diplomatiche Trump incarna la declinante egemonia di un imperialismo che però non vuole cedere terreno senza combattere. Per questo, da un lato prova a concentrare intorno a sé, in una specie di nuovo Commonwealth, i vicini Canada e Messico e ad incorporare – in un modo o nell’altro – la Groenlandia; dall’altro è intenzionato ad usare ogni mezzo per danneggiare seriamente i concorrenti degli Stati Uniti, si tratti pure degli storici alleati, per costringerli, in condizioni di debolezza, a quei rapporti esclusivamente bilaterali in cui Washington risulta comunque il più forte. Dai tempi di Obama ogni mossa della diplomazia statunitense punta verso la Cina, contro la Cina, classificata da un documento del Pentagono già nel 2005 come “l’avversario strategico”. E per affrontare la Cina a muso duro, gli Stati Uniti debbono mettere in riga tutti i propri alleati. Altro che pacifismo!

Appena ieri, del resto, il nuovo capo del Pentagono, Hegseth, è stato molto esplicito : “Gli Stati Uniti sono pronti alla guerra con la Cina dopo le minacce tariffarie di Pechino. Coloro che hanno sete di pace, devono prepararsi alla guerra. Se vogliamo impedire la guerra con la Cina o con altri paesi, dobbiamo essere forti. Ecco perché stiamo ricostruendo il nostro esercito. Ecco perché stiamo ricostruendo la deterrenza nello spirito guerriero. Viviamo in un mondo pericoloso, popolato da nazioni potenti e in ascesa, con un’ideologia completamente diversa. Stanno aumentando continuamente la loro spesa per la difesa, introducendo tecnologie moderne, e vogliono sostituire gli Stati Uniti”. Piuttosto esplicito, no?

Tornando al fronte est europeo, all’attivismo dell’imperialismo francese e britannico fa da contraltare lo scetticismo di quello italiano e spagnolo, nonché il rifiuto di Ungheria e Slovacchia in ordine all’invio di militari contro la Russia.

Giorgia Meloni cerca di ritagliarsi il ruolo di “pontiere” con il presidente americano, sperando magari in qualche sconto nei rapporti bilaterali, a partire dai dazi. Allo stesso tempo punta a tenersi buona Bruxelles in ordine ai vincoli di bilancio e all’incremento della spesa militare – che comunque si alzerà, attizzando fuoco di rivolta sociale sotto il sedere del suo governo. La sua situazione è senza dubbio difficile per la presenza all’interno della sua maggioranza di posizioni diverse, con la Lega di Salvini decisa nell’allineamento alla politica di Trump e FI, invece, allineata ai dettami euro-guerrafondai del Partito popolare europeo. Ma nonostante l’apparente presa di distanze del PD dal suo appello all’“unità della nazione”, il nazionalismo e l’europeismo bellicista del PD, alla fine dei conti, portano acqua al mulino del governo. In questione, tanto per le destre quanto per il Pd, non è la corsa al riarmo e all’economia di guerra, di cui il ministro della “difesa” Crosetto è un fanatico sostenitore. Il problema è solo come accaparrarsi gli utili di questa corsa, evitando che le imprese tedesche e francesi facciano l’en plein  sugli 800 miliardi del piano von der Leyen. Agire di sponda con Washington, questo sta tentando la Meloni, può servire ad alzare il prezzo della contrattazione interna alla UE sui costi e sugli utili.

Tra le forze istituzionali, la sola a smarcarsi (a parole) è il M5S; ma immaginarsi che, sia pure per meri fini elettorali, il M5S si metta alla testa di una reale mobilitazione di massa contro il governo Meloni e la sua politica guerrafondaia, è fuori dalla realtà. E lo stesso dicasi dei gregari di AVS, terrorizzati alla sola idea di doversi staccare dalla casa-madre furiosamente bellicista di Schlein-Guerini-Minniti.

Va da sé che le potenziali ricadute sociali e politiche di tale permanente – e crescente – clima di guerra, morderanno sempre di più nel profondo le condizioni di vita del proletariato e delle popolazioni d’Occidente, alzando il livello dello scontro politico. Va da sé che la sola reale opposizione a questi molteplici piani di riarmo e di guerra (occhio alle manovre italiane nei Balcani per destabilizzare la Serbia!) spetta all’iniziativa delle forze di classe coerentemente internazionaliste, per modeste che oggi siano.

Siamo dunque di fronte ad una U.E. in piena bagarre politica, militare e diplomatica. Che non sa bene come reagire dopo avere preso parte, spinta da USA e NATO, a una guerra costosissima e devastante (con centinaia di migliaia di morti), dopo aver pagato il pegno di sanzioni che avrebbero dovuto mettere fuori gioco la Russia, e assistito al decadimento della locomotiva tedesca (impegnata a sua volta in una forsennata e forzata corsa riarmista).

Una U.E. che si trova ora spiazzata, e rischia di essere esclusa del tutto dal bottino ucraino. Per questo, come una bestia ferita, essa cerca un improbabile rilancio affidandosi ancora una volta al bellicismo. Su tale versante non si possono escludere “rimonte” clamorose da parte dei padri fondatori franco-tedeschi, ma la strada è decisamente in salita e irta di ostacoli. Una strada che non può, al momento, prescindere dal coinvolgimento dell’America trumpiana.

Questi fattori, messi insieme, stanno già cominciando a produrre pesanti effetti recessivi in tutto il continente a cominciare dai crolli di borsa dei titoli europei, in particolare del settore automobilistico. Sarà il terreno su cui si misurerà la capacità di intervento degli organismi di classe decisi a risalire la china.

Il folle e criminale riarmismo degli imperialismi occidentali (immemori delle sventure toccate nel passato alle campagne napoleoniche e hitleriane dirette contro la Russia), è uno degli aspetti di quella che noi definiamo come catastrofe sociale del capitalismo internazionale.  

Saltati gli “equilibri” che tenevano insieme il cosiddetto “ordine mondiale” (foriero comunque di infinite crisi, guerre e distruzioni a carattere locale in tante aree del Sud del mondo), ecco prendere corpo lo spettro della corsa all’economia di guerra, al militarismo, alla preparazione bellica per una nuova guerra mondiale, dentro una tempistica serrata, dove non è più possibile la delega o la dilazione delle risoluzioni.

Di fronte a un simile sviluppo della situazione, è giunta l’ora di rompere gli indugi da parte delle forze che si rifanno all’internazionalismo proletario.

Tolte di mezzo ogni tipo di esitazioni in merito al ruolo socialimperialista della sinistra parlamentare (quelli che rincorrono il ruolo “pacifico”, del resto mai esistito, della U.E. e delle sue istituzioni); bollate a chiare lettere come euro-scioviniste manifestazioni tipo quella indetta da Michele Serra il 15 marzo a Roma (alla quale ha detto sì tutto il codazzo di guerrafondai di casa nostra, seguiti a ruota da CGIL-CISL-UIL); bollata come altrettanto sciovinista, per gli interessi della “patria Italia”, la manifestazione con bandiere tricolori e della pace indetta dalla congrega che ha come portavoce Marco Rizzo; occorre secondo noi serrare le fila, e mettere all’ordine del giorno la necessità di costruire in Italia un polo di forze internazionaliste organizzato e centralizzato, e un “campo” internazionalista alla scala internazionale.

Iniziamo a sgombrare il terreno da ogni localismo che illude con la sua prospettiva dei piccoli cambiamenti cumulativi e delle graduali riforme, lavoriamo all’unità delle singole lotte e diamo ad esse la prospettiva dell’anticapitalismo. Abbiamo sufficiente esperienza per comprendere che il movimentismo, la cultura del populismo, la linea del minimo sforzo hanno fornito la struttura politica ed ideologica del riformismo e, oltre ad aver fallito sul piano dei risultati, hanno messo ai margini, e poi allontanato, la prospettiva di classe, e quindi la stessa presenza della classe negli scontri politici in corso. Le prime decisioni da prendere hanno esattamente questa natura, dato che il terzo corno del dilemma è il proletariato, la classe che riteniamo, ancora oggi, la sola variabile che può mandare all’aria i piani della borghesia.

Le sue potenzialità, i mezzi e le organizzazioni di cui esso si era dotato, il livello di coscienza che aveva espresso nelle lotte del novecento alla scala mondiale sembrano disperse sotto l’urto delle correnti borghesi che hanno lavorato alla disgregazione, alla perdita di ogni fattore identitario, alla revisione della storia del movimento operaio e degli elementi di teoria che avevano fatto di questa classe il più potente fattore di cambiamento sociale. La borghesia ha lavorato con tutti i mezzi a sua disposizione, e imparando le lezioni della storia, per ottenere finanche la demoralizzazione del suo avversario. Non solo la repressione, dunque, anche la cooptazione delle organizzazioni sindacali; non solo la corruzione delle dirigenze politiche, anche la diffusione e la promozione di un modello di arrivismo individualistico; non solo la revisione della storia del movimento operaio, ma anche la cancellazione della teoria che ne costituiva l’ossatura. In Italia, più che altrove, la mole di queste attività si è fatta sentire su tutti i settori della vita sociale con una propaganda continua e sottile, con la proposizione del peggiore armamentario ideologico individualista e reazionario.

Ma con tutto ciò i conti non sono ancora chiusi. Anzi, sono destinati a riaprirsi perché le condizioni di vita, le crisi, le guerre premono sulle spalle del proletariato oggi ripiegato a testa bassa a difendere le proprie condizioni minime di vita per le quali è stato lasciato nell’abbandono. Su questo tappeto di condizioni è scesa in campo tutta la genia di ciarlatani, profeti, santoni e demagoghi proponendo, finora con scarso successo, ma creando sufficiente confusione, ricette vecchie, obiettivi vaghi o illusori (ricordate le buffonesche campagne per l’Italexit?) che hanno finito per sfiduciare ulteriormente il proletariato, sottraendogli lo spazio per ogni iniziativa autonoma.

Proprio per questo non sarà più sufficiente scendere sul piano della lotta economica affidando ad essa la ripartenza del movimento generale di classe e la speranza di risalire la china. Se la lotta economica non dovesse avere un minimo di prospettiva di classe, ogni “ripartenza” da essa, ammesso che ci sia, avrebbe un carattere e degli esiti molto più limitati che in passato. Tale prospettiva si genera, come sempre è stato in passato e per tutte le classi, con la lotta politica, con la chiarezza della linea politica, con la lotta teorica armando nuovamente la classe per la rivoluzione sociale, per la conquista del potereE’ questo il riarmo che ci serve! Non è per ottimismo di maniera che mettiamo in evidenza il contrasto esistente tra il basso stato di mobilitazione delle masse sfruttate e oppresse e le condizioni generali della crisi capitalistica mondiale; è per sottolineare un dato di realtà e definire in relazione ad esso i nostri compiti, i nostri passi verso il proletariato e i movimenti sociali con potenzialità anti-capitaliste. 

L’innalzarsi e il radicalizzarsi dello scontro internazionale tra le grandi potenze impone ai rivoluzionari di mettere in primo piano la lotta politica anzitutto contro il proprio governo. Questa lotta deve tradursi, in tempi rapidi e dentro un quadro di battaglia a tutto campo contro l’economia di guerra e l’intensificata corsa alla guerra, in orientamento, disciplinamento e organizzazione delle forze proletarie. E’ l’obiettivo a cui stiamo lavorando da un paio di anni con un insieme di organizzazioni di differente matrice ideologica (Partido Obrero in Argentina, Liberazione comunista in Grecia, SEP in Turchia, il MLPD in Germania), e però tutte allo stesso modo determinate a battersi su questo terreno. Organizzazioni con cui stiamo lavorando per serrare al più presto le fila dell’iniziativa per porre fine al genocidio in Palestina, ai massacri in Ucraina, in Congo, in Sudan, e realizzare un coordinamento sempre più stretto all’insegna dell’internazionalismo militante.      

Abbasso il riarmo e i piani di guerra dell’Unione Europea!

Rilanciamo la mobilitazione contro il governo Meloni e la UE!

Scioglimento della NATO, macchina di devastazione e di morte!

Facciamo della manifestazione nazionale del 12 aprile contro il genocidio in Palestina, una forte manifestazione contro tutte le guerre imperialiste e coloniali!

Contro le guerre del capitale, lotta di classe internazionale!

6 marzo 2025