USA, elezioni presidenziali senza esclusione di golpe

A dieci giorni dalle elezioni presidenziali, i sondaggi danno i due candidati Harris e Trump testa a testa. Protagonisti della campagna, più che i candidati sono i grandi media, TV, giornali, social media, e direttamente gli stessi grandi gruppi industriali e finanziari che hanno “investito” già oltre 1,5 miliardi di dollari (10 dollari circa per voto) in finanziamenti all’uno o l’altro candidato (molti su entrambi…). Questo denaro non alimenta solo la pubblicità, ma gonfia anche gli apparati dei partiti che in occasione delle elezioni assumono migliaia di canvasser, di propagandisti improvvisati, che negli “swing states”, gli stati in bilico tra i due candidati vanno casa per casa, a convincere soprattutto chi non vede l’utilità di votare a registrarsi e andare a votare per il proprio candidato.

Più denaro, più spot, più promotori, più voti. È la democrazia del capitale. Ma non c’è automatismo tra denaro e voti. Kamala Harris a oggi ha ricevuto più denaro di Donald Trump (918 contro 541 milioni di dollari, al 24 ottobre[i]), ma non appare per questo in chiaro vantaggio. Ci sono fenomeni sociali, disagi e risentimenti, frustrazioni e malumori per l’eclatante ineguaglianza, così come l’aspirazione a difendere uno status e una relativa ricchezza che si avverte minacciata dai nuovi sviluppi sul mercato mondiale, dalle tasse che il crescente debito pubblico imporrà di aumentare: umori e risentimenti su cui i due candidati cercano di far leva a proprio vantaggio: promettendo muri e respingimenti degli immigrati, la riduzione delle tasse, il rialzo delle tariffe doganali contro i concorrenti oltreoceano – Cina in testa – che “rubano i nostri posti di lavoro”, politiche più o meno green sostenute dai gruppi della green economy o da quelli che fanno miliardi col fracking…

Dato il sistema elettorale federale americano, può anche succedere che vinca chi ha meno voti, come già avvenne con la prima vittoria di Trump nel 2016 contro Hillary Clinton, quando i “voti popolari” diedero una maggioranza alla Clinton, ma Trump conquistò stati con una maggioranza di voti nel Collegio elettorale. Ma può anche succedere, come con Trump nel 2020, che chi ha perso dichiari che la sua vittoria è stata “rubata” da brogli elettorali, e cerchi di rovesciare il risultato istituzionale con azioni di forza, come l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 da parte di orde trumpiane.

Nonostante le denunce per quel tentato golpe, Trump ne è finora uscito sostanzialmente indenne sul piano legale, tanto da aggiudicarsi la nomination del partito repubblicano. A quanto riferito da varie fonti una parte dell’establishment sostenitore di Trump si sta preparando per tentare di nuovo di ribaltare i risultati elettorali, se sfavorevoli, e prendere il potere con un misto di azioni istituzionali e di piazza. Tipo la “marcia su Roma” di Mussolini, per intendersi.

Scrive il Wall Street Journal, che pure alberga simpatie trumpiane: “L’ex presidente e i suoi alleati hanno speso gli ultimi quattro anni per gettare le basi di un tentativo più organizzato, meglio finanziato e molto più ampio per contestare il risultato – Stop the Steal (bloccare il furto) 2.0 – se il voto non dovesse andare nella sua direzione.

La mobilitazione per l’“Integrità elettorale” …

“Una rete segreta di donatori del Partito Repubblicano e di miliardari conservatori ha finanziato il progetto, donando più di 140 milioni di dollari a quasi 50 gruppi collegati tra loro che lavorano su ciò che chiamano “integrità elettorale”. […] Tra i donatori ci sono organizzazioni legate ai miliardari del Wisconsin Richard ed Elizabeth Uihlein e al fondatore di Hobby Lobby David Green.

“Questi gruppi hanno controllato le registrazioni degli elettori su scala industriale e lavorano per rallentare il conteggio dei voti, seppellire i funzionari elettorali locali di scartoffie e cause legali ed eleggere politici della stessa idea a livello statale e locale che sosterranno gli sforzi per contestare il voto. […] Elon Musk, proprietario di X, è diventato una delle voci online più forti che alimentano i timori di frode elettorale.

“I gruppi conservatori hanno addestrato eserciti di volontari per monitorare il voto il giorno delle elezioni, tra cui 200.000 osservatori, operatori elettorali ed esperti legali reclutati dal solo Comitato Nazionale Repubblicano. Un gruppo ha creato un’applicazione che è essenzialmente Facebook per le frodi elettorali … Un altro gruppo ha pubblicizzato a maggio che chiunque avesse denunciato frodi o abusi elettorali avrebbe avuto “diritto a un pagamento” da un fondo di 5 milioni di dollari.

La campagna di Trump e il Comitato Nazionale Repubblicano hanno speso 28 milioni di dollari dal 2020 all’agosto di quest’anno per avvocati che hanno intentato più di 100 cause per ottenere l’accesso degli osservatori alle strutture elettorali.”

I miliardari spedizionieri del Wisconsin Uihleins avrebbero dato 34 milioni di dollari alle organizzazioni per “l’integrità elettorale” secondo il WSJ, che elenca altri grandi finanziatori di queste operazioni, tra cui la Servant Foundation, una organizzazione che si presenta come predicatrice del verbo di Cristo e si rivolge soprattutto ai giovani.

“Decine di milioni di dollari sono stati spesi in stati contesi come la Georgia, dove i deputati del GOP (Partito Repubblicano) sono responsabili di una serie di modifiche legali e nuove regole che potrebbero rendere le elezioni più difficili da gestire.

Negli ultimi mesi, tre membri della Commissione elettorale di Stato della Georgia hanno approvato nuove regole, con l’incoraggiamento pubblico di Trump …, tra cui l’obbligo di contare a mano le schede elettorali cartacee in ogni seggio. In due sentenze separate, la scorsa settimana i giudici della Georgia hanno bloccato l’entrata in vigore di tali norme a così breve distanza dalle elezioni. I democratici avevano fatto causa per cercare di bloccare le modifiche dell’undicesima ora, sostenendo che erano destinate a ritardare la tabulazione dei risultati per un tempo sufficiente a consentire a Trump di sfruttare l’incertezza.”

Anche l’intelligenza artificiale trova impiego nelle operazioni di contestazione delle elezioni. Il database online EagleAI NETwork promuove la ricerca da parte di volontari di irregolarità nelle iscrizioni alle liste elettorali, per contestarne la validità – e quindi contestare i risultati elettorali. Un solo attivista nella contea di Fulton in Georgia ha contestato 30 mila iscrizioni. È chiara l’intenzione di creare un clima di delegittimazione di un eventuale risultato sfavorevole a Trump, in una situazione in cui una differenza di poche migliaia di voti in un paio di stati “in bilico” potrebbe rovesciare la maggioranza nel Collegio Elettorale. L’obiettivo è quello di bloccare la certificazione dei risultati da parte del Congresso il 6 gennaio 2025. Nella situazione di caos politico che ne risulterebbe si potrebbero inserire azioni di forza come quella del 6 gennaio 2021, ma meglio organizzate. Nella stessa direzione vanno le iniziative dell’Election Integrity Network.

“A capo dell’Election Integrity Network del Conservative Partnership Institute c’è Cleta Mitchell, una avvocata repubblicana di lunga data che partecipò alla telefonata del gennaio 2021 in cui Trump fece pressione sul segretario di Stato della Georgia per “trovare” circa 12.000 voti a suo favore.

Mitchell e altri attivisti hanno detto che stanno rispondendo ai cambiamenti nei processi di voto messi in atto durante la pandemia del 2020, tra cui l’uso esteso dei voti per corrispondenza. …

Gli sforzi dell’Election Integrity Network sono stati visibili nelle elezioni di metà mandato del 2022 nella contea di Maricopa, in Arizona. In una puntata del suo programma online dell’anno scorso, Mitchell ha detto che gli osservatori elettorali del gruppo avevano “una copertura completa” di tutte le postazioni per gli osservatori elettorali della contea in quell’elezione.

Sedici giorni dopo quelle elezioni, il gruppo ha pubblicato sul suo sito web un rapporto di 50 pagine su quelli che, a suo dire, erano “errori tecnologici, di attrezzature, di gestione e di leadership di proporzioni epiche”, che secondo Mitchell avevano “privato innumerevoli elettori della loro voce politica”.

… Mitchell ha dichiarato in un’e-mail: “Sono molto orgogliosa dell’Election Integrity Network e delle migliaia di americani patrioti” che stanno lavorando a questo sforzo.

Gli addetti alle elezioni della Contea di Maricopa, che si stanno preparando per le elezioni di quest’anno, hanno condotto esercitazioni pratiche di tiro e imparato a respingere folle armate.”

Lo scontro, come si vede e come si è visto il 6 gennaio 2021, potrebbe non limitarsi a dispute legali sulla conta dei voti.

Elon Musk e il partito della lotteria

Non a caso Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo entrato platealmente in campagna elettorale a sostegno di Trump (è dato come papabile al Tesoro), ha lanciato una raccolta di firme a sostegno del 1° e del 2° emendamento della Costituzione, collegata a una lotteria che distribuisce 1 milione di dollari al giorno. Il 1° emendamento dice che “Il Congresso non farà alcuna legge che riguardi l’istituzione di una religione, o che proibisca il suo libero esercizio; o che impedisca la libertà di parola o di stampa; o il diritto del popolo di riunirsi pacificamente e di presentare petizioni al governo per la soddisfazione dei reclami.” Il 2° emendamento recita: “Essendo una milizia ben regolamentata necessaria alla sicurezza di uno Stato libero, non può essere violato il diritto del popolo di detenere e portare armi.” Questo principio dell’”armamento del popolo”, rivoluzionario ai tempi della guerra di Indipendenza dall’Inghilterra e della costituzione di “liberi stati” sul territorio nordamericano, è oggi impugnato dalle destre a sostegno dell’industria delle armi, sia in senso individualistico di difesa della proprietà privata, e del “farsi giustizia da sé” che per avere mano libera nella formazione di bande armate con potenziale eversivo (tipo il razzista Ku Klux clan), anche se spesso la libera detenzione di armi favorisce il verificarsi di stragi quale esito di situazioni di estrema tensione psico-sociale. Attraverso questa campagna-lotteria ideologica il team elettorale di Elon Musk sta raccogliendo centinaia di migliaia di nominativi sensibili al tema delle “libertà” su cui concentrare la campagna di persuasione pro-Trump e per il futuro. L’operazione lotteria è abilmente costruita in modo da eludere l’accusa di pagamento in cambio di voti. E allo stesso tempo la sottoscrizione del secondo emendamento da parte di milioni di cittadini intende legittimare la formazione di “milizie” che Musk&C. potrebbero finanziare per rovesciare manu militari un “voto rubato”. Ossia un 6 gennaio-bis molto meglio organizzato, con possibile partecipazione di graduati delle Forze Armate.

Prove di guerra civile

Donald Trump nella sua campagna elettorale sta alimentando questo clima di complotto elettorale. Un articolo del WSWS fornisce un quadro del possibile golpe. “In un’intervista rilasciata la scorsa settimana a Chicago davanti ad alcuni amministratori delegati di aziende, Trump ha affermato che il tentativo di colpo di Stato del 6 gennaio riguardava “l’amore e la pace” e che l’elezione è “al 100% truffaldina”. A settembre ha detto che le schede elettorali venivano perse per posta e che il servizio postale era un “pasticcio mal gestito”, ripetendo le sue falsità del 2020. Ha ripetutamente accusato gli immigrati “illegali” di aver votato e, secondo un sondaggio Gallup, il 74% dei repubblicani e il 44% degli indipendenti sono sensibili alle sue menzogne sui brogli elettorali.

Le legislature dei singoli Stati si stanno preparando ancora una volta a presentare liste alternative di elettori negli Stati in cui Harris vince, nonostante le modifiche alla legge federale volte a bloccare tali interventi. I repubblicani controllano entrambe le camere delle legislature statali in Arizona, Georgia, North Carolina e Wisconsin, Stati cruciali per l’elezione, che assommano 53 voti elettorali, più del margine di vittoria nel 2000, 2004, 2016 o 2020. Tre di questi quattro Stati hanno governatori democratici, così come il Michigan e la Pennsylvania. Tutti questi Stati potrebbero diventare “campi di battaglia” in senso letterale e metaforico.
L’atmosfera di crisi è intensificata dal fatto che il controllo di entrambe le camere del Congresso è incerto e la nuova Camera dei Rappresentanti si insedierà il 3 gennaio, solo tre giorni prima del processo di certificazione del Collegio elettorale in una sessione congiunta del Congresso. In qualità di vicepresidente in carica degli Stati Uniti, la stessa Harris presiederà la certificazione come presidente del Senato. Se vincerà e se vi sarà un nuovo assalto al Campidoglio il 6 gennaio, sarà un bersaglio fisicamente vulnerabile.

“Come si svolgerà esattamente il 6 gennaio 2025 è una domanda che nessuno può prevedere, ma è oggetto di un serio dibattito all’interno dello Stato. All’inizio di quest’estate, una rete di ex consiglieri per la sicurezza nazionale, generali, membri del Congresso, governatori e senatori si è riunita segretamente per simulare gli eventi di quel giorno in tempo reale, utilizzando suggerimenti ipotetici basati sul 6 gennaio 2021.
I risultati sono stati pubblicati in un documentario intitolato War Game, che si concentra sulla possibilità di un intervento militare nella crisi. In questo scenario, il candidato democratico vince le elezioni di stretta misura, ma alcuni elementi della Guardia Nazionale di Washington fraternizzano con i manifestanti fascisti e li fanno entrare in Campidoglio per bloccare la certificazione.
Un piccolo numero di generali in servizio attivo rompe i ranghi e sostiene il tentativo di colpo di Stato. Folle si radunano in alcune capitali statali chiedendo che le legislature statali votino per decertificare le liste filo-democratiche, con il sostegno di “sceriffi costituzionali” e dipartimenti di polizia filo-fascisti. L’amministrazione teme di far ricorso all’Insurrection Act perché non è chiaro se i soldati eseguiranno gli ordini o se tale ricorso produrrà un’esplosione sociale incontrollabile.
Nel caso in cui nessuno dei due candidati ottenga 270 voti elettorali al Congresso il 6 gennaio, sarà la Camera dei Rappresentanti a determinare l’esito delle elezioni, con un voto per ogni delegazione statale. Indipendentemente da chi otterrà il controllo della Camera, i repubblicani manterranno quasi certamente il loro vantaggio nelle delegazioni statali. Le contestazioni legali di entrambi gli schieramenti si snoderanno attraverso le corti d’appello e finiranno alla Corte Suprema, dove una maggioranza di estrema destra avrà l’ultima parola.”[ii]

Democrazia del capitale imperialista

Un quadro che mostra la crisi del sistema politico americano, e della sua democrazia del capitale. Da un lato questa democrazia presidenziale con meccanismi maggioritari dovrebbe garantire “stabilità politica” costringendo le varie fazioni a raggrupparsi in due partiti alternativi, storicamente il Democratico e il Repubblicano. Tutti i tentativi di formazione di un terzo partito sono falliti. Ultimo, quello del rampollo della famiglia democratica Robert Fitzgeral Kennedy Jr., che dopo essersi candidato per le presidenziali come indipendente, ha gettato la spugna e tradendo le tradizioni di famiglia ha dato il suo endorsement a Trump. D’altra parte lo scontro tra frazioni della borghesia finanziaria USA, con diversi interessi risultanti dai diversi settori di investimento, e diverse linee di politica economica e di politica estera ha assunto caratteri tanto acuti da portare parte dello schieramento repubblicano e lo stesso candidato Trump a violare anche le finora “sacre” regole della democrazia del capitale pur di conquistare il potere politico.

In questo scontro è quasi totalmente assente il proletariato americano. Una maggioranza dei cittadini a basso reddito, che fanno fatica ad arrivare a fine mese e vivono nella precarietà, disillusa e disgustata dalla politica, semplicemente non vota. La campagna elettorale è in buona parte volta ad indurre questi non votanti a registrarsi e votare. I democratici offrendo briciole di welfare; i repubblicani alimentando con la demagogia populista i sentimenti di frustrazione nei confronti dello Stato in mano alle elite finanziarie (che essi stessi rappresentano, non meno dei democratici) e burocratiche, addossando inoltre la causa principale del malessere sociale agli “immigrati irregolari”, che ruberebbero lavoro e welfare ai veri americani, e ora sarebbero addirittura parte del complotto elettorale. Li immaginiamo, gli immigrati latinos o asiatici, il cui problema dei problemi è riuscire a lavorare senza essere intercettati dagli sceriffi e rispediti in patria, fare carte false per iscriversi alle liste elettorali e presentarsi ai seggi per votare Biden! Ma il complottismo trova grande accoglienza nelle frustrazioni di ampi strati popolari – come verificato durante la crisi Covid. L’altro “nemico” da combattere, e questo secondo entrambi i partiti, è la Cina che invade il mercato americano con le sue merci a basso costo, e così facendo toglierebbe il lavoro a milioni di americani, e che minaccerebbe la democrazia (e il predominio americano) nel mondo, a partire dalla incombente invasione di Taiwan e dall’espansione militare nel Mar Cinese Meridionale. La risposta di Trump, già avviata nella sua prima presidenza, è quella di alzare fino al 60% le barriere doganali contro la Cina (e del 10-20% nei confronti degli altri paesi). Diversi studi sostengono che le tariffe doganali imposte alla Cina da Trump, e mantenute da Biden, hanno fatto aumentare i prezzi di molti beni di consumo, riducendo quindi il potere d’acquisto dei lavoratori, senza peraltro rilanciare i settori industriali che le tariffe intendevano proteggere (anche perché allo stesso tempo facevano aumentare i costi dei prodotti semilavorati importati dalla Cina).

Entrambi i candidati dichiarano la continuazione del sostegno americano alla “autodifesa” di Israele con il massacro su Gaza e l’attacco al Libano. Harris vorrebbe massacri più “umanitari”, ma proseguirebbe con la linea a doppio binario di Biden: su un binario mostrare un volto umano pregando Netanyahu di garantire gli aiuti umanitari a Gaza e di evitare morti civili in Libano, sull’altro continuare a inviare le armi che ogni giorno massacrano centinaia di persone, in maggioranza donne e bambini. Trump nel suo quadriennio ha fatto mostra di sionismo senza se e senza ma trasferendo l’ambasciata americana in Israele a Gerusalemme, dando con ciò la via libera alla totale sottomissione della città santa da parte di Israele.

Sulla Russia le posizioni sono diverse, con Trump che insieme a Elon Musk, fa l’occhiolino a Putin, ricambiato, affermando che se verrà eletto porrà fine alla guerra cessando l’invio di armi all’Ucraina e trovando una soluzione negoziata. Qui è Trump a far leva sulle diffuse aspirazioni alla pace (e ai malumori per i miliardi spesi in “aiuti” militari), mentre è Biden ad apparire il guerrafondaio (che è, come lo sono state la maggior parte delle amministrazioni democratiche). In realtà, per “far tornare grande l’America” (“make America great again” è il primo slogan di Trump insieme ad “America first”) anche Trump è per l’aumento delle spese militari per mantenere il vantaggio sulla Cina e preparare una possibile guerra contro di essa. Nessuno dei due candidati ha fatto campagna sull’aumento della spesa militare, perché entrambi di fatto lo condividono (l’industria della Difesa ha donato a Harris oltre un milione di dollari, e circa mezzo milione a Trump). Quindi che gli elettori votino Trump o Harris, in entrambi i casi votano per il riarmo e per le future guerre. Ma non lo sanno.

Prospettive

A fronte di questa democrazia marcia abbiamo visto negli Stati Uniti movimenti cui hanno partecipato masse ben più ampie, milioni di persone nel movimento black lives matter e decine di migliaia in quello per la Palestina. La stessa ideologia degli Stati Uniti quale faro di democrazia sul mondo e del capitalismo quale migliore dei sistemi possibili è oggi molto meno totalitaria che nei decenni passati – a parte forse gli anni delle proteste contro la guerra del Vietnam. In un’indagine Gallup del 2018, tra giovani americani fra i 18 e i 29 anni, il 51% aveva un’idea positiva del “socialismo” contro il 45% che vedeva positivamente il capitalismo. Un sentimento (anche se non una chiara consapevolezza) anticapitalista senz’altro più diffuso che in Europa – a smentita delle teorizzazioni dell’“uomo a una dimensione” in un sistema che tutto integra.  Il “sogno americano” della strada aperta a tutti per entrare a far parte della cosiddetta “middle class” a patto di “lavorare sodo” si è rivelato una ingannevole illusione per le decine di milioni di working poor. La middle class si è ristretta, la società è sempre più polarizzata tra ricchi sempre più ricchi e poveri in aumento. Anche il movimento operaio e sindacale ha visto momenti di risveglio, con scioperi estesi tra gli insegnanti, nella sanità, e lotte intense e prolungate, ad es. nell’auto nel 2023 e oggi alla Boeing dove i 35.000 lavoratori del sindacato dei Machinists and Aerospace Workers dopo 6 settimane di sciopero hanno respinto l’offerta di un aumento del 35% in mancanza del ripristino della pensione aziendale e di fronte a un piano di tagli di 17.000 posti di lavoro. Anche nel movimento sindacale, per quanto frammentato e rinchiuso negli steccati economici del tradunionismo (in America si è liberi di portare le armi ma è vietato lo sciopero politico) emergono leader meno compromessi con gli interessi imperialistici.

Una parte di questa latente opposizione sociale è oggi captata dai Democratic Socialists of America, che partendo dalla denuncia delle ineguaglianze prospettano un capitalismo dal volto umano e che non ricorra alla guerra: posizioni democratiche e pacifiste radicali, che tuttavia si traducono nel sostegno elettorale al Partito Democratico dell’imperialismo americano.

Sulla base delle crescenti contraddizioni e fermenti sociali, che il declino del predominio dell’imperialismo americano nel mondo non potrà che acuire, vi è lo spazio sociale e politico negli Stati Uniti, quanto e più che in Europa, per far nascere una forza politica di massa, di opposizione a entrambi i partiti borghesi su posizioni proletarie e internazionaliste, superando la frammentazione delle piccole sette.


[i] Vedi opensecrets.org

[ii] https://www.wsws.org/en/articles/2024/10/23/thrk-o23.html